L’anno scorso avevamo acceso un riflettore su un fenomeno curioso ma tutt’altro che banale: la presenza sempre più massiccia degli animali nella comunicazione pubblicitaria. Tra tutti, uno in particolare sembrava essersi preso la scena con una naturalezza disarmante: il gatto.
A distanza di un anno, possiamo dirlo senza troppi giri di parole: non era una tendenza. Era un segnale.
Oggi i gatti non sono solo ancora presenti nella pubblicità. Sono diventati protagonisti strutturali di molte strategie di comunicazione. E questo non accade per caso.
Il gatto non vende. Il gatto funziona.
Chi pensa che il gatto sia usato solo perché “fa simpatia” sta guardando il dito e non la luna.
Il gatto funziona perché incarna perfettamente alcune caratteristiche che oggi la comunicazione cerca disperatamente:
- autenticità (o almeno, la sua illusione)
- indipendenza
- imprevedibilità
- non costruito
In un mondo pubblicitario sempre più filtrato, patinato, artificiale, il gatto rappresenta l’anti-pubblicità. E proprio per questo, paradossalmente, diventa pubblicità perfetta.
Dall’influencer all’animale: crisi di fiducia?
C’è un altro punto, meno evidente ma più interessante.
Negli ultimi anni, il pubblico ha sviluppato una certa resistenza verso la comunicazione troppo esplicita. Influencer, testimonial, adv tradizionali: tutto viene percepito come costruito.
Il gatto, invece, no.
Non recita. Non spiega. Non convince. Esiste.
Ed è proprio questa sua “non intenzionalità” a renderlo credibile.
Tradotto: non è il gatto a vendere il prodotto. È il gatto che abbassa le difese.
La pubblicità si sta semplificando (o sta rinunciando?)
L’aumento dei gatti nella comunicazione è anche un sintomo.
Sempre più brand stanno scegliendo scorciatoie emotive invece di costruire messaggi solidi. Il gatto diventa quindi una leva facile:
- attira attenzione
- genera engagement
- non richiede spiegazioni complesse
Ma qui arriva la domanda scomoda:
stiamo assistendo a un’evoluzione… o a una resa?
Il rischio: tutti uguali, tutti gatti
Quando tutti usano lo stesso linguaggio, il linguaggio smette di funzionare.
Se ogni brand mette un gatto, il gatto smette di essere differenziante e diventa rumore.
Ed è esattamente quello che sta iniziando ad accadere.
Quindi? Usare o non usare il gatto?
La risposta è semplice, ma non facile:
il gatto non è una strategia. È uno strumento.
Funziona se:
- è coerente con il brand
- è inserito in un messaggio chiaro
- ha un ruolo, non solo una presenza
Non funziona se è lì solo per “fare like”.
Conclusione
Il gatto ha vinto, sì.
Ma non perché è più furbo degli altri.
Perché la comunicazione, oggi, ha bisogno di sembrare meno comunicazione.
E il gatto, in questo, è imbattibile.