Facciamo marketing.
Siamo quelli che “danno visibilità”, che “aiutano a vendere”, che “valorizzano i brand”.
Ma ogni tanto – nel silenzio tra una call e un piano editoriale – ci sorge un dubbio:
E se fossimo… inutili?
O peggio: dannosi?
Perché una cosa è certa: il mondo non ha bisogno dell’ennesimo post su quanto sia importante l’autenticità.
Non serviva nemmeno quel carosello da 10 slide per dire “la coerenza è tutto” (ma intanto la promozione è 3×2 solo oggi).
Siamo pieni di buone intenzioni:
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migliorare l’immagine
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aumentare l’engagement
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creare relazioni
Peccato che nel tragitto tra “idea” e “campagna sponsorizzata” perdiamo pezzi.
Un po’ come quei politici che partono con “ambiente, uguaglianza e trasparenza” e finiscono col dire “seguitemi su TikTok”.
Ecco allora che anche noi, con la nostra creatività, rischiamo di fare danni:
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promuoviamo tutto, anche ciò che non ha senso promuovere
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impacchettiamo mediocrità in tono pastello
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trasformiamo problemi in storytelling
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costruiamo relazioni su call to action riciclate
Siamo i professionisti del “non serviva, ma adesso vi sembra fondamentale”.
Ma attenzione: non è (sempre) colpa nostra.
Viviamo in un sistema che ci chiede di “esserci”, “spingere”, “raccontare”.
E così, a forza di ottimizzare, il rischio è di svuotare.
Quindi, che fare?
Forse dobbiamo tornare a un marketing che non pretende di salvare il mondo.
Che aiuta, sì. Ma senza invadere.
Che comunica, ma senza urlare.
Che crea valore, ma senza promettere l’impossibile.
In poche parole:
Se non siamo utili, almeno non facciamo danni.
Il cliente non sempre ha bisogno di una campagna.
A volte ha solo bisogno di un prodotto decente.
E noi?
Noi possiamo imparare a fare un passo indietro, ogni tanto, e chiedere:
“Quello che stiamo facendo… serve davvero?